È il 1992, il piccolo Tijan ascolta una canzone di David Bowie alla radio quando le prime bombe colpiscono i quartieri di Sarajevo. Con tutta la famiglia il bambino si precipita in cantina in cerca di riparo mentre il mondo sembra esplodergli intorno. Lo shock iniziale è enorme, la vita cambia radicalmente. I negozi chiudono, le dispense si svuotano, in tanti scappano dalla città. Col passare del tempo la guerra però diventa quasi un’abitudine: tra terrore e noia, la gente cerca di inventarsi una nuova quotidianità.
Nelle foreste della Kirghisia, tra le montagne e un lago gigantesco, c’è un avamposto della forestale, un pugno di case affacciate sul torrente. Vi abitano tre famiglie e un bambino di sette anni – testa tonda, orecchie a sventola – affidato alle cure del nonno Momun. La sua fantasia eleva tutto ciò che ha attorno – acqua, sassi, paesaggio – a qualcosa di epico, quasi assoluto.
In una fredda sera di dicembre del 1901, mentre nella sontuosa sala dei banchetti del Grand Hôtel fervono i preparativi per la prima cerimonia d’assegnazione del Premio Nobel, negli uffici ai piani superiori l’atmosfera è decisamente meno gioiosa. L’albergo, un vanto per la corona svedese e per l’intera nazione, in realtà è sull’orlo del fallimento.
Il 20 novembre 1948, al velodromo di Kokura, si disputò la prima gara di keirin. Tre anni prima, Kokura, città dell’isola di Kyushu, nel Giappone meridionale, era fortunosamente scampata alla seconda bomba atomica, quella che il 9 agosto 1945 colpì Nagasaki. Inventato per sostenere la ricostruzione morale e materiale di una nazione colpita a morte, il keirin, metà ciclismo e metà gioco d’azzardo, contribuì in modo decisivo a distrarre i giapponesi e ad alimentare il grande giro di affari di scommesse, irrefrenabile passione popolare.
Essere qui è uno splendore. Vita di Paula M. Becker
Marie Darrieussecq
Paula Modersohn-Becker è davvero esistita dal 1876 al 1907. Voleva dipingere e basta. Era amica di Rilke. Non amava essere sposata. Amava invece il budino di riso, la salsa di mele, le passeggiate nella brughiera, Gauguin, Cézanne, i bagni in mare, stare nuda al sole, leggere piuttosto che guadagnarsi da vivere, e Parigi. Forse voleva un figlio: su questo punto i suoi diari e le sue lettere sono ambigui.
In Ardèche, nella fattoria di famiglia, vivono tutti sotto lo stesso tetto: genitori, figli, nonni e zii. Insieme ci si prende cura degli animali, si asseconda il ritmo lento della natura. È qui che cresce la protagonista della storia, una bambina taciturna che tutti chiamano 'la ragazzina'. È una bambina curiosa, vivace e un po' malinconica, che ogni tanto vede strani animali prendere vita nella sua mente.
È un’alba uguale a tutte le altre, soltanto un po’ piú lunga, quella in cui Ettore Manfredini si sveglia appena morto nella casa accanto al macello che è stato il centro della sua vita e di cui conosce ogni lamento, ogni cigolio. Nato troppo povero per permettersi un’istruzione regolare, impiegato da ragazzo nel mattatoio kosher di cui si impadronirà dopo le leggi razziali, Ettore è un uomo destinato al successo: diventerà uno dei piú grandi imprenditori dell’Emilia in bilico tra grande industria e tradizioni contadine.
La protagonista di Cuore l'innamorato, aspirante scrittrice, sa riconoscere una buona storia d'amore: i segreti e i sottotesti, gli alti e i bassi. Ma la sua storia d'amore più grande, quella che ha vissuto in prima persona, non ha mai seguito le regole. Nell'autunno dell'ultimo anno di college la ragazza incontra due studenti modello del suo corso di Letteratura, Sam e Yash.